Disturbi alimentari
BULIMIA, BINGE EATING e fame compulsiva
Quando il corpo racconta ciò che le parole non dicono
La maggior parte di noi ha delle risposte emotive all’alimentazione. C’è chi tende a mangiare di più in situazioni stressanti e ad altri invece si chiude lo stomaco. Quando queste condizioni diventano comportamenti quotidiani e continui allora si tratta di situazioni patologiche per le quali chiedere aiuto.
Disturbi come bulimia o binge eating parlano un linguaggio complesso. Il cibo diventa messaggio, il corpo si fa portatore di sintomi legati alla sfera emotiva.
Insieme possiamo decifrarne il significato.
L’approccio ideale a questi disturbi è di tipo multisciplinare, soprattutto nei casi più gravi, in collaborazione con il nutrizionista, lo psichiatra, il medico internista.
Se i sintomi sono sporadici non sono preoccupanti e comunque saranno più facilmente trattabili.
Disturbo alimentare: i campanelli di allarme
- Quando il cibo diventa un pensiero prevalente
- Condiziona negativamente la nostra vita quotidiana (per es. evito occasioni sociali, tengo il frigo vuoto, il mio umore dipende dalla bilancia)
- Crea un malessere
- Ha ripercussioni negative sulla salute
Il disturbo alimentare quasi sempre riempie un vuoto affettivo che ha origini lontane.
La nutrizione è la prima forma di accudimento della madre nei confronti del neonato ed è inevitabile che abbia una profonda valenza affettiva, è la prima forma del dare amore.
Tutti i disturbi alimentari comportano conseguenze sia fisiche che psicologiche.
Il cibo diventa una risposta ad un malessere che non riesce a tradursi in stato emotivo.
Il cibo diventa un contenitore di sentimenti inespressi o che addirittura non giungono alla consapevolezza (per esempio la solitudine, l’inadeguatezza…).
Spesso vi è difficoltà e fatica nel riconoscere le proprie emozioni.
Ogni persona che sviluppa un disturbo alimentare lo fa in maniera compensatoria rispetto ad un disagio che spesso non riconosce. Il disturbo alimentare rappresenta una risposta ad una variazione del proprio stato emotivo che non si sa gestire in altro modo.
“Un modo mio per rifugiarmi, per sentirmi a casa” (frase di una mia paziente con disturbo bulimico).
In cosa consiste: diagnosi
- Analisi del significato del sintomo alimentare nella propria storia
- Rapporto con il cibo e il proprio corpo
- Valutazione della frequenza e dell’intensità del sintomo
- Individuazione del tipo di disturbo alimentare
Un intervento psicologico, per essere efficace, deve riguardare non solo il controllo/discontrollo del cibo, ma anche i motivi profondi che spingono il soggetto ad utilizzare il cibo come espressione del proprio disagio. L‘atteggiamento del terapeuta deve essere di ascolto e di rispetto.
L‘obiettivo è capire il significato che il sintomo ha nella vita del paziente. Occorre capire come il sintomo si sia inserito nella storia di vita del soggetto.
Il disturbo non si è sviluppato a caso, e se inizialmente è una risposta al disagio poi quando si cronicizza diventa il sostituto di un’identità fragile che deve poter essere ricostruita in altro modo, quindi quel sintomo deve essere sostituito da uno stato di sicurezza interna.
A chi si rivolge
è utile se vivi un rapporto conflittuale con l’alimentazione e con il tuo corpo, possiamo trovare insieme un nuovo punto di partenza
Come lavoriamo
- Raccolta della storia personale e del sintomo
- Analisi delle proprie emozioni in corrispondenza del sintomo
- Percorso terapeutico personalizzato
Obiettivi
- Ridurre il senso di colpa e vergogna
- Comprendere il significato del sintomo
- Ristabilire una relazione più sana con il cibo e con sé stessi
Se ti riconosci in questa descrizione e ti va di parlarne

